IL LUPO E LA FATA: parte 1

vagava nella notte, guidato dal respiro delle altre creature, tanto prede quanto banali giochi per fuggire la noia che tediava la pulsione della sua bestialità. Correndo nel bosco, tra alberi secolari e arbusti troppo pigri per seccarsi alle prime propaggini dell’inverno, non temeva niente e nessuno, cieco della sua furia e conscio della sua possenza, una bestia indomita che ghermiva il terrore di migliaia di coscienze innocenti, umane, vegetali e anche divine. Correva rapido, tanto da apparire inarrestabile, balzando di radice in radice o sradicando interi castagni per farsi spazio. Talvolta silenzioso, talvolta ruggente: decidendo passo per passo se sorprendere la sventurata vittima nell’inganno della quiete, o se rincorrerla dopo aver liberato il suo terrore per saggiarne il gusto della paura.

Le zanne bianche rilucevano splendide, tremende, letali nell’oscurità del suo correre folle, ringhiando a fauci spalancate discapito di chi si trovasse nel suo tragitto; nei suoi occhi non c’era luce riflessa, ma solo il vacuo brillare di un’eco di quella che poteva essere stata la sagoma di un’anima, ormai più un dubbio che un fugace ricordo. Era una bestia di come non se ne trovano più, un gigantesco fascio di muscoli guizzanti, pronti a contrarsi e a scattare di fonte al richiamo del sangue. Il suo pelo massiccio, grigio e lucido copriva anche l’ultimo esile accenno di umanità. Le zampe, una volta elegantemente articolate nella forma della mano umana, erano ora solo i ceppi di enormi artigli che avrebbero sventrato la gola di un cervo, più facilmente di quanto un coltello scaldato nel fuoco avrebbe tagliato una forma di burro.

Una volta ricordava il suo nome, una volta aveva un motivo per correre, ma ora aveva solo il gusto per il sangue, ora aveva solo l’olfatto per la paura, ora era solo furia e desiderio. Ed era quel desiderio che lo faceva correre, più correva più desiderava ardentemente, più desiderava più correva velocemente.

Saltellava di foglia in foglia, bagnando con una goccia di rugiada tutti i germogli che incontrava, piccoli balocchi per i vezzeggiamenti della sua magia, una scintilla di luce su una bacca o una spruzzata di muschio su una corteccia, soavità era il suo spartito e grazia erano le sue note. La linea della sua danza disegnava una coreografia che aveva fiori come spettatori e i sussurri placidi del bosco come orchestra. Giocava nell’aria piroettando come un grande fiocco di neve, tuffandosi dai grandi petali della magnolia per rimbalzare sul cappuccio di un funghetto più in basso; a volte salutava un riccio timido dandogli un bacio sulla fronte, o decideva invece di cavalcare una falena fino alla giovane quercia, che emergeva dal suolo per andare a reggere il soffitto del bosco.

La luce della luna rimbalzava sul suo corpicino esile, sprigionando una sfera di riflessi che descrivevano il colore del suo animo, intenso e pulsante quando qualcosa la incuriosiva, esplosivo e colorito se scopriva dove usare la sua magia o acceso e sfumato se era assorta pensare; era una fata del bosco, Sogno di Calla la chiamavano, e tra le sue simili era di sicuro la più curiosa.

Vedere la parte bella delle cose era ciò che la portava dentro l’anfratto di ogni roccia, o in mezzo ad ogni increspatura di corteccia… e ovunque arrivasse voleva lasciare il segno del suo passaggio, come a testimoniare che lei era parte di questa bellezza, della voglia di stare al mondo. Essendo una fatina, aveva potere su ogni cosa che il suo bosco poteva contenere, poteva far piovere o cadere la neve, sapeva quando sbocciava ogni germoglio, e andava a destare ogni crisalide prima che si dimenticasse di svegliarsi farfalla. E ogni volta si stupiva come se fosse la prima volta, facendo sempre una magia che rendesse unica e nuova ogni cosa del bosco.

Quella notte il lupo era irrequieto, e non riusciva a trovare nulla che placasse la sua corsa l’aveva portato all’interno del bosco, dove la vegetazione era così fitta che doveva aprirsi la strada a zampate, sradicando e spezzando tutto quello che trovava in fronte a se. Ogni tanto si fermava ad ululare alla luna, annunciando la sua incombenza ad alta voce, con la prepotenza di chi prende senza chiedere, troppo impaziente per una risposta. La fatina udì quel suono nuovo, ardeva dalla curiosità di vederlo, se si fosse allontanata per scoprirlo avrebbe perso di viste le sue compagne, o meglio, se si fosse allontanata, non avrebbe saputo come ritrovare le compagne, che già in quel momento aveva perso di vista. Non voleva essere rimproverata un’altra volta, ma era troppo curiosa, e quel suono veniva da così vicino. Decise allora che che avrebbe incendiato una vecchia quercia, che ormai era già secca e lentamente si spezzava ad ogni sussulto del vento. Non volendo che le altre fate si accorgessero della sua assenza, avrebbe dato una nuova luce ad una vita che si era spenta, andò a raccontare alle altre fate, poco più avanti. Come al solito nessuna di loro voleva vedere qualcosa che non aveva visto prima, così era sola quando il grande albero divampò in un altissima fiamma splendente, che illuminava a giorno tutto il bosco sino alle sue più remote propaggini dove a volte, ogni tanto, ancora tornava l’uomo.

Non fu il fumo, o l’odore di legno che brucia, ne il calore o la direzione da cui scappavano tutti, fu la luce a chiamare la bestia, un costante pulsare di desiderio, un sentimento intenso e costante che accecava ogni cosa.. questo aveva visto in quella luce. Un sentimento che conosceva, un’emozione che copriva tutte le altre, una domanda mai chiesta che aveva lui come risposta, quando lui nemmeno conosceva il suo nome. In pochi balzi, raggiunse la prossimità di quella che stava per divenire una radura, non appena il fuoco avesse terminato quanto doveva. Rimase nascosto nel folto della vegetazione per capire cosa stesse succedendo, lo scheletro dell’albero ardeva e illuminava a giorno uno spazio tondo, dove l’immensa chioma dell’antico rovere aveva impedito che crescessero altre piante. Sapeva che un fuoco non sorge da solo e sapeva che l’uomo non entrava mai fino al cuore di quel bosco, quello che non sapeva e che chi aveva acceso quella fiamma era proprio lì, ad attenderlo. Non vedendo nessuno, decise di entrare nella radura.

Dopo aver acceso quel grandissimo faro, Sogno di Calla si accoccolò nel bocciolo di una primula azzurra e attese che qualcuno, o qualcosa apparisse. Non dovette aspettare molto perchè una sagoma, enorme e silenziosa, le balzasse proprio davanti, la luce sfavillante del rogo le impediva di distinguerne le la forma e di capire che cosa si trovasse davanti a lei. Quando spense il fuoco e sul bosco, la luna tornò ad essere l’unica luce che potesse dare forma alle cose. Non appena i suoi occhi si furono abituati alla nuova luce, lo vide: il più grande e magnifico lupo che fosse mai stato in quel bosco, un’ immensa fiera dal pelo argenteo che scintillava irrequieto sopra una possente struttura muscolare che armonizzava forza ed eleganza; i suoi artigli lasciavano un piccolo solco, su ogni impronta che l’animale lasciava, unico segno del suo passaggio, visto che le sue zampe poggiavano delicate sul terreno senza sollevare rumore; le sue zanne erano bianche, lucide e sembravano più acuminate degli aculei delle vespe, ma per quanto temibili potessero essere la fatina non potè non pensare che fossero perfette, chiuse dentro possenti mascelle di cui non avrebbe mai voluto conoscere la forza. Il gioiello più stupendo di quella monumentale creatura, era la coppia di occhi grigi incastonati nel suo muso: il riflesso della luna li accendeva di una luce metallica, fredda come la neve, letale come il ghiaccio. Dopo aver fissato per pochi minuti il tronco incenerito, la bestia ringhiò rabbiosamente, ruggendo senza rivolgersi a niente in particolare, non si era accorta di lei.

Al suono del suo latrato aveva fatto capolino una minuscola creatura luminosa, un esserino non più grande del suo naso, timidamente era apparso ai margini della radura, grossomodo dal punto da cui era balzato lui. Il lupo non aveva mai visto una fata. E per un secondo, non seppe cosa fare. Quindi fece l’unica cosa che la sua natura gli aveva insegnato, ringhiando sommessamente cominciò ad avanzare verso la creatura che ora lo osservava all’altezza degli occhi, galleggiando nell’aria immobile di fronte a lui; avvicinandosi spalancò le fauci, e ringhiò sonoramente, un solo scatto della testa e le sue zanne avrebbero saggiato per la prima volta sangue fatato.

La bestia richiuse le fauci, osservando la fata che non si era mossa di una virgola di fronte lui! Anzi, lo osservava senza smettere di guardarlo negli occhi; il lupo si acquattò sulle zampe pronto a scattare e ruggì con quanto fiato ebbe in gola, un suono che lacerò la quiete del bosco , lasciando poi il silenzio più assoluto, tanto che potè sentire i battiti del proprio cuore pulsare dentro il pettto. Ancora una volta la piccola creatura rimase imperterrita di fronte a lui, continuando a guardarlo dritto nelle pupille.

chi sei?” sbraitò lui.

mi chiamo Sogno di Calla” cinguettò lei “e sono una fatina!”aggiunse allegramente.

perchè non fuggi?” ringhiò il lupo.

perchè dovrei?” rispose quasi divertita.

posso sbranarti”

perchè dovresti?”

perchè voglio farlo!” questa volta alzò la voce.

e perchè non l’hai fatto allora hihihi?”

La fata era palesemente divertita, ormai la sua voce era trillante e schezosa, e non sembrava curarsi delle intenzioni dell’animale che invece, altrettanto palesemente, stava iniziando ad arrabbiarsi.

Secondo me non sembri molto furbo..” aggiunse facendogli il verso e andando a posarsi sul profilo del suo muso, per mettersi a sorridere innocentemente davanti ai suoi occhi.

<<CLACK!>>

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