SENSI DI COLPA

Seduto sotto la fioca luce di una lampada economica, si torcigliava il baffo sinistro intento a meditare sul bottino del suo ultimo viaggio… la musica del computer cincischiava a volume languido una serenata rock’n roll degna delle migliori nostalgie adolescenziali che un film di successo potesse raccontare. A terra era ancora aperta la sacca con le vesti dell’ultima impresa, che attendevano di essere poste nella lavatrice per sciacquare la polvere delle ultime fatiche e i sudori dei precedenti impegni. Ormai puzzavano. Qualcosa in lui si muoveva da dentro lo stomaco gorgogliando messamente, magari una pizza con salsiccia e peperoni avrebbe potuto risparmiarsela alle undici di sera. Incerto sul da farsi, convenNE con la sua persona che l’urgenza principale fosse una doccia calda di quelle lunghe, profonde; la prima doccia fatta a casa dopo un lungo viaggio, capace di resettare la mente dando tempo all’animo di metabolizzare ciò che di nuovo era stato cumulato nel forziere della propria esperienza. Aprì il rubinetto della doccia che iniziò a zampillare il liquido elemento con la forza di un caldo benvenuto, così caldo che le prime parole che il nostro protagonista emise furono un susseguirsi di bestemmie verso il creatore o verso l’idraulico, o tutti e due insieme, l’importante era sacramentare. Uscito dalla doccia si dedicò alla propria toletta, convinto di trovare finalmente la quiete in quel piccolo atto di vanesia che ogni uomo conosce nel radersi la barba che egli stesso sì è creato. L’ora era tarda e sarebbe stato opportuno coricarsi nel letto per concedersi qualche ora di riposo prima di iniziare un nuovo giorno, ma Lui non era mai stato una persona opportuna, l’aveva scoperto nel dicembre del 97 quando, alla recita scolastica, la maestra gli chiese senza mezzi termini e davanti a tutto la scuola di allontanarsi dal coro perchè “ sei stonato e dai fastidio chi ascolta, coprendo tutti gli altri che invece cantano bene” aveva solo sei anni ed era già fuori luogo… come fuori luogo fu aprirsi una bottiglia di latte e dimenticarla fuori dal frigo per una settimana, l’aveva appena scoperto alla tenera età di 25 anni. Così seguendo la sua natura si concesse qualche attimo nell’improbabile mondo dell’internet, alla ricerca di qualcosa che gli concedesse la quiete richiesta per intraprendere la via del sonno, non la trovò maledicendo l’idraulico e il suo amico. Si coricò a letto ritenendo comunque più saggio sopportare una veglia dall’esito indicibile al buio e sdraiato, anziché ciondolare nella luce come un anima irrequieta. Di nuovo si rese conto del fremito interiore, che non pareva trovare genìa in una pessima abitudine alimentare, sembrava piuttosto la manifestazione di un qualche sentimento di cui ora non riusciva a discernere i tratti; fece quello che fa ogni persona di fronte a tanta inquietudine: il lungo elenco delle cosse brutte commesse nella vita, si domandò se non si trattasse di quella volta che aveva messo una rana in una scatola, che ritrovò morta il giorno dopo, secondo sua madre fu perchè i buchi per respirare dovevano essere fatti nella scatola non nella rana ( la cosa gli pareva tuttora improbabile perchè tutti sanno che le scatole non respirano… ma del resto quanto è misteriosa la natura delle cose che compongono questo mondo!), ma non gli parve di trovare risposta, o meglio trovò un sacco di domande cui era riuscito non dover rispondere e tirò un piccolo respiro di sollievo.

Le ore passavano ed il suo giaciglio fu testimone di una veglia nervosa e agitata, le lenzuola furono scalzate dalle loro sedi, i cuscini si ritrovarono a terra commentando tra loro “ un’altra volta?” e Lui a questo punto evoco un idraulico delle fattezze suine più volte. S’arrese e s’alzo per bere un bicchiere d’acqua, terminatolo decise di rollarsi una sigaretta, ma anziché quietare questa angoscia idiopatica, essa crebbe in intensità assumendo il cadenziale ritmo frenetico di una danza tribale mossa da percussioni primitive.. e poi lo colpì un’epifania che sapeva di vecchia compagnia, che sapeva di nefasto, di sbagliato ma che si presentava come un imperativo improcrastinabile! Era il verbo che lo chiamava al suo servigio, ancora una volta chiamato all’ordine, il verbo parlò e lo chiamò Pirata. Il Pirata seppe sin da subito che non poteva sottrarsi al proprio dovere verso il verbo e il verbo non poteva non imporsi sul suo araldo. Non vi è un motivo per cui le cose accadono, non cercatelo, non qui, non adesso, non per il Pirata ( anche perchè dovrebbe fornire parecchie spiegazioni in merito a dei suricati ed uno scherzo fatto al wolrd trade center qualche anno fa, e sarebbe abbastanza imbarazzante.. ecco.. se proprio non potete farne a meno, rileggete il titolo) alzò gli occhi al cielo e e bisbiglio “ L’IRONIA DELLA VITA è TORNATA” ( accompagnato da un idraulico dalla madre di dubbia moralità).

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...