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GIORNATE STINFIE

a volte,  di solito il venerdì, le nuvole coprono tutto il cielo ed è abbastanza scuro perchè i corpi non proiettino ombre al suolo; poi, senza un motivo apparente, si apre un piccolo spiraglio ribelle che comincia ad allargarsi fino a lasciar vedere oltre il cupo manto grigio che ti sovrasta, per farti scoprire che, a volte,  sopra le nuovole ci sono semplicemente altre nuvole. 

Era mattina, una qualsiasi mattina… difficile, brutta e iniziata male; ci sono giorni in cui alzarsi dal letto è l’unica alternativa, di solito quella sbagliata. La sveglia suona,  mi presento di fronte allo specchio cercando un barlume di intelligenza in un volto che manifesta uno stato di coscienza deplorevole; rassegnato e quasi colpevole, mi lavo la faccia, senza beneficio… Con le capacità di coordinazione di Rafiki ubriaco al matrimonio di Mufasa*, gestisco il vestirmi , la colazione e l’ uscire di casa: in ritardo, con i baffi sporchi di dentifricio e i calzetti spaiati.

Giusto per capirci: fine febbraio, la voglia di vivere  era andata a preparare la cena per l’epifania, sicchè  alla fine eravamo rimasti io e gli esami (io più che altro ero amico delle feste, non è che siamo proprio in confidenza io e gli esami), vi lascio immaginare l’imbarazzo… beh insomma, ciondolo sonnacchioso sino alla macchinetta del caffè nell’atrio della biblioteca per raccimolare miseramente  cinquanta cenetesimi da tutte le  tasche di pantaloni, giacca e felpa ( non ho avuto il cuore di aprire il portafoglio!)!  Infine esultande, mi faccio versare una dose di bitume che ormai per affetto chiamo caffè ; mentre esco nel patio della biblio, il bicchierino fumante mi strappa un sorriso e, tutto contento e gongolante, mi accoccolo in un angolino sugli scalini, a crogiolarmi in questo tepore confortevole oltre la soglia del personale: un piccolo spazio di intimità prima di accendermi definitivamente. Sì mi sembra di potermelo permettere, tanto quanto dura? Due, tre minuti al massimo! Mi siedo, sorseggio il caffè bollente e svappo nuvole burrose dalla sigaretta elettronica mentre mi perdo nei meandri di qualche ridondante sega mentale.

intanto, spuntando dal mezzo dell’ umidità quasi fosca che permea l’aria nel primo mattino negli ultimi giorni d’inverno, arriva paseggiando una tipetta bruna, dall’aria furbetta e le intenzioni sbarazzine: alta un metro e due pompelmi, 45 kg di arroganza trattentuti da giacca in pelle e jeans. Rallenta sinoa fermarsi a poco da me, si accende un sizza e aspira la prima sigaretta della giornata calandosi i ray-bon sugli occhi. Devo dire di averla trovata molto attraente sin da subito, non mi sarei mai aspettato che di li a poco ci saremmo avvinghiati nelle effusioni dell’amplesso sessuale… infatti così non fu.  Questo infatti non è uno di quei racconti in cui un giovane protagonista affronta le impervie della sua vita, realizzando se stesso attraverso la trama della vicenda, no è stato solo uno spiacevole capitombolo della mia già umile autostima; praticamente io ero seduto impippato sul ruolo del sistema economico mondiale nelle scelte educative del ministero dell’istruzione di una nazione, quando mi accorgo che questa graziosa fanciulla mi guarda ghignando; la scena seguente è un po’ confusa, nel senso che dovete immaginare che io ero inerpicato nell’alto di ipotesi basate su dei forse, e.. tipo.. si lei mi ha colto alla sprovvista e diciamo che ho fatto un piccolo guazzabuglio: mi ero tipo convinto di averla rapita con il mio charme navigato e, fino a qui, sono sicuro di dove ho sbagliato la prima volta (i fatti si accavallano tra loro negli istanti successivi), poi sono successe altre cinque cose:

  1. Io mi sono chiesto cosa effettivamente vi fosse a in me di attraente, solo che non so se questo sia successo “ ad un certo punto… per cui” o se sia avvenuto “ infatti.. visto che” ( continuate a leggere!)
  2. Mi sono leccato compulsivamente i baffi
  3. Leccandomi i baffi ho sentito il gusto di dentifricio
  4. Lei ha detto qualcosa sui miei baffi
  5. Se ne è andata via ridendo mentre io ero impegnato a ricomporre i passaggi di questa infelice scena della mia vita.

Ho trovato questo aneddoto un buon invito a fare delle considerazioni sulla mia vita,  metto un bel “forse parteciperò” e intanto però guardo gli aggiornamenti mentre decido se farlo o no. in tutto questo c’è una morale che non sembra davvero pertinente alla parte che ho avuto in questa vicenda, ma considerando che io sono anche quello che ha suonato al conservatorio per sette anni, prima che qualcuno aprisse la porta per dirmi che ero fuori tempo, posso bella mettere affermare che : non importa quanto male tu sia preso, non conta quanto in basso sei sceso nella scala sociale,  perchè avrai sempre la possibilità di giocartela, che tu poi tu non ne sia all’altezza questo è un altro discorso!

 

 

 

* per altro la vicenda è collegata ad un diverbio che nacque tra rafiki e il piccolo Dumbo: la scimmmia già alticcia fece dei commenti poco lusinghieri verso le orecchie del piccolo pachiderma le cui difese furono prese da tarzan e tantor, insomma ne venne fuori letteralmente una bega politica che costò a Mufasa la perdita del cimitero degli elefanti dalle terre del branco.

 

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